Sono sempre stato appassionato di computer, sin da piccolo. Il mio primo contatto con questo mondo fu un Commodore Vic20 – 4 miseri kb di memoria – e proprio in quel periodo fui completamente rapito dalle mie fantasie nerd quando vidi per la prima volta War Games. No dico, chi se lo poteva immaginare fino a quel momento di poter scaternare una guerra termonucleare globale con il proprio computerino a casa?
Ovviamente non mi perdevo neanche un episodio dei Ragazzi del Computer, serie (molto) liberamente ispirata al film di cui sopra, che ahimè non ne condivideva i valori di produzione. Il mondo dei computer e dei videogiochi era americano. Era Commodore, era Atari. Era il mio mondo. E un luogo racchiudeva tutto quell’universo: un pezzo di terra a sud di San Francisco che qualche anno prima era stata soprannominata la Silicon Valley.
Ecco, la biografia di Steve Jobs, più che il racconto di un uomo è la storia di un posto mitico dove il capo supremo di Apple ha segnato, che lo si voglia ammettere o meno, parte della storia della nostra epoca e delle nostre abitudini.
Partiamo dall’inizio: Walter Isaacson, autore dell’unica biografia autorizzata dallo stesso Jobs, ha fatto un ottimo lavoro. Non siamo di fronte ad un libro incensatorio; anzi, Isaacson mette in luce moltissimi aspetti del carattere di Jobs che altri avrebbero tenuto nascosti: i suoi modi assolutamente estremi, le sue manie relative alla pulizia personale e all’alimentazione, la sua fissazione per il design, la sua smania di controllo totale (sino all’esasperazione) su qualsiasi pogetto affrontasse, dal case del Machintosh alla tipologia di vetro da usare negli Apple Store. Come si diceva prima però, leggere questa biografia non vuol dire solo sapere che Jobs “divideva il mondo in geni o stronzi”, ma significa venire a conoscenza di decine di piccoli e grandi aneddoti che hanno fatto la storia dell’informatica.
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