Il senso di Alan per il buio

Torna Wis in vesti più seriose e meno goliardiche. Dopo le finte impressioni adesso è l’ora di riflettere sul serio. Oggi Wis ci guida in un’analisi impressionistica del senso della trama di Alan Wake. Visto che non ho giocato l’avventura di Remedy, non ho capito nulla dell’articolo, ma mi sembra scritto bene e interessante. Neanche a dirlo: SPOILER SUL FINALE DI ALAN WAKE. LEGGETE SOLO SE AVETE FINITO IL GIOCO O NON VI IMPORTA DI AVERE RIVELATE INFORMAZIONI SUL FINALE. (ndFerruccio)

Ecco alcune mie considerazioni in pillole sulla storia.
E’ possibile che vi sembrino deliri campati per aria, ma credo che un fondo di verità sia osservabile anche nelle mie parole. In ogni modo, forse vi faranno vedere la storia da un punto di vista alternativo…

Prima di essere un racconto su presenze oscure e maledizioni letterarie, Alan Wake è la storia di uno scrittore, il suo lavoro, il suo processo creativo, la sua ispirazione e il suo fallimento coniugale.

Alan Wake ha un plot complesso, arzigogolato, uroborico, tangibile e plausibile (secondo i criteri del fantasy) ma anche strettamente metaforico e psicologico. Trovo che questi ultimi significati siano molto più importanti di tutto il resto, e sono quelli che più mi hanno affascinato e conquistato, prima ancora di cercare di dare un senso concreto al tutto.

Uno scrittore nel suo racconto.

Sam Lake (scrittore, autore della storia)
Alan Wake (scrittore, protagonista del gioco)
Tom Zane (scrittore, mistica guida di Alan)

Non escludo che questa possa essere, per Lake, una storia autobiografica. Ne ha l’aria, quantomeno. Non mi stupirebbe.
La storia di una crisi creativa, di una crisi matrimoniale. L’abbandono della morigeratezza per cullarsi nell’eccesso. Un blocco scrittorio che si manifesta con depressione, ansia, aggressività, che mette in crisi lo status quo conseguito e ammanta di oscurità il mondo conosciuto.
Un lago di creatività ormai prosciugato e posseduto da una potenza oscura.

La crisi creativa portò Zane alla disperazione, lo portò a incolpare quanto aveva di più caro, ad odiare Barbara, la sua musa, la sua luce.

La legò, la annegò, la distrusse. Era sua moglie? La sua compagna? O forse un suo personaggio? Un personaggio riuscito e amato, a cui lui stesso era legato morbosamente. Forse era proprio per farlo sopravvivere che i suoi scritti persero qualità, coesione? Forse si abbandonò al facile espediente occulto per dare un senso a tutto? Forse proprio l’assenza di coerenza interna decretò il suo fallimento. Barbara non era più Barbara, era una copia malvagia, un fantasma diabolico.

Certo è che l’amore per un personaggio, per uno scritto, per un autore deve essere simile ad un matrimonio, ad un rapporto ostico e duraturo che spesso necessita sacrifici, annullamento dell’io.

Personaggio dopo personaggio tutte le creazioni di Wake vengono distrutte da lui stesso. Prima ne viene in contatto direttamente, poi le leva di mezzo. Non servivano più. Ora basta. Un delirio di onnipotenza pienamente giustificato dal fatto che lui è l’autore, colui che tira le redini. Un amore/odio per quanto creato che probabilmente è più comune di quanto non si creda, in ambito creativo.

“Perchè ha fatto morire Casey?”
“E’ un egoista!”

Per ripristinare la comunicazione con Alice Wake dovette lasciare ciò che gli era caro: la mondanità, Wheeler, il protagonismo.
Per salvare Alice dagli abissi del lago della sua creatività, Alan dovette sacrificare sè stesso, dimenticare il suo odio, reprimere le sue pulsioni distruttive, salvare i suoi personaggi. Resuscitare Casey per i suoi fan.

Gustoso parallelo matrimonio/opera creativa/amore per un personaggio.
Un’opera di recupero delle origini, di restaurazione del principio, del semplice, del lineare. Un click per riaccendere la luce che un tempo era fonte di calore e serenità. E’ un po’ quello che hanno fatto i Remedy con Alan Wake (il gioco), scremato di tutta l’ambiguità che, ludicamente parlando, avrebbe confuso il giocatore.
“Segui la luce”.
“Ti senti al sicuro, ora, vero?”.
Dal freeroaming alla linearità più spinta, dal ciclo giorno notte allo scripting, dalle trombe d’aria procedurali ad una sapiente messa in scena.
Tutto senza però lesinare in complessità e profondità dell’opera, davvero un punto di riferimento in ampiezza di respiro, amore e cura riversati e sapiente scrittura.

Come Zane, Lake si veste da palombaro e nuota nelle profondità della sua coscienza creativa fino ad individuarne il nocciolo, il continuo conflitto interno che, come in un matrimonio, lega indissolubilmente qualità artistica a sofferenza, scelte difficili a successi straordinari.
Prima ti strappa il cuore, poi ti ficca un interruttore nel petto e ti illumina la mente.

Perchè l’eccessivo amore per te stesso può essere un cancro, perchè puoi conciliare qualità creativa con quello che gli altri si aspettano senza affogare ciò che ami, perchè puoi trasformare persino l’orrore in un’opera straordinaria.

Perchè non sei un lago, ma un oceano.

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6 Responses to Il senso di Alan per il buio

  1. Meno male che ho letto dello spoiler. Addirittura sul finale poi… Ma è di moda spoilerare oggigiorno? A che serve, a parte tagliar fuori una buona fetta di lettori? Se ritrovo l’articolo una volta finito il gioco me lo leggo volentieri, ciao!

  2. Ferruccio says:

    No, è che a volte è interessante parlare di elementi della trama che si trovano alla fine del gioco. Oh, poi più di mettere l’indicazione “spoiler” in grassetto e maiuscolo non potevo fare… :)

  3. Prop says:

    E’ un capolavoro….PUNTO

  4. Wis says:

    A livello di sceneggiatura, ambientazione e cura del contesto è sicuramente un titolo che dà sonore scoppole al 90% di quello che trovi in giro.
    Il problema più grande di Alan Wake è che ludicamente non riesce a reinventarsi a sufficienza per giustificare le ~12 ore di gioco. Dopo 3 ore la meccanica ha già detto tutto quello che aveva da dire (con grandissime eccezioni come quella sul palco), e a 8 ti ha vagamente frantumato l’entusiasmo. Gli ultimi 2 episodi li ho affrontati con una sofferenza che solo il finale ha potuto parzialmente lenire.
    E’ un peccato. Un po’ più di coraggio nel recidere le parti ridondanti avrebbero sicuramente giovato all’esperienza nel suo complesso.
    Forse sarebbe bastato dare maggior risalto allo splendido scenario, rendere più significative le porzioni con narrazione visiva diurna (che seppur scriptata ha un suo perchè) e limare un pelo i combattimenti in eccesso.

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