Il giornalismo è nella cacca. Il giornalismo videogiocoso è nella cacca tanto quanto il giornalismo in genere. Ricapitolando, la situazione è questa: la carta stampata finora ha campato grazie alla pubblicità. Poi qualche anno fa è arrivata la crisi economica, e prima ancora la diminuzione dell’attenzione dei lettori, il calo delle vendite nelle edicole e l’esplosione dei contenuti gratuiti su internet. Il risultato è che adesso riviste e giornali di carta sono sull’orlo dell’estinzione. Le pubblicità non sono abbastanza, così come non sono abbastanza i lettori paganti.
La stampa videoludica, invece, è un terreno ancora più disastrato. Di videogiochi scrivono (anche su siti commerciali) personaggi che dovrebbero ripetere la terza media, come ci mostra con intrepido ardore il buon Tommaso Gatsu nella sua rubrica sugli orrori dei siti di giochini. Anche quelli che sono capaci di mettere tre frasi in fila e che non fanno crollare dal sonno i propri lettori, però, sono spesso gente che fa tutto per passione.
Ora, per me Single Player Coop è solo una spesa: non guadagno una lira col blog. Quindi non posso certo prendermela con chi offre contenuti gratis. Però c’è un lato negativo nell’avere un intero settore giornalistico retto sulla passione di chi produce articoli e news gratuitamente: come dicono gli inglesi “If you pay peanuts, you get monkeys“. In altre parole: non ci possono essere standard di qualità stabili senza soldi. Se io potessi guadagnarmi da vivere tramite questo blog vedreste quattro news e un articolo approfondito al giorno. E, nello scrivere articoli approfonditi, non esiterei a impiegare ore per fare ricerca, per verificare i fatti e per presentare testi perfetti.
Il rischio, nel giornalismo generalista come in quello specializzato, è che semplicemente non si abbiano più i mezzi di produrre pezzi lunghi, riflessioni articolate, interessanti e ben scritte. Il rischio è che chi è capace sia costretto a cercarsi altro da fare, perché campare scrivendo è un miraggio.
Ora, una delle possibili soluzioni potrebbe essere quella di premere il pedale sull’acceleratore e non accettare compromessi. Rigettando totalmente il modo in cui funzionano siti web e normali riviste – che spesso fanno l’errore di rincorrere inutilmente i siti – forse potrebbe esserci spazio per riviste senza pubblicità, con contributi approfonditi fatti da gente di valore, impaginate in modo ultraprofessionale e con uno stile serio e una grafica ricercata. Riviste costose, che hanno il coraggio di chiedere un impegno, anche finanziario, per sostenersi.
Kill Screen, una neonata rivista americana, sembra fare proprio questo. A occhio sembrerebbe una versione ancora più intellettuale (o intellettualoide?) di Edge. Niente preview, niente recensioni, niente news. Pezzi di opinione e articoli su aspetti specifici dei videogiochi. Le firme vengono da testate come New Yorker, Wall Street Journal e il Daily Show di Jon Stewart. Il fondatore di Kill Screen Jamin Brophy-Warren dice di voler dare spazio a gente che sa scrivere bene più che a gente con una conoscenza enciclopedica dei videogiochi. L’idea alla base della rivista è così estrema, così sprezzante delle tendenze attuali e così al di fuori della palude del giornalismo specializzato, che non ho resistito.
Insomma, ho scritto cinquecento parole per dire che ho speso 35 dollari per una cazzo di rivista.
35 dollari. Sono parenti di cinquantamila lire.
…
Appena mi arriva vi faccio sapere com’è.







Old.
(scan subito)
Però chi è veramente bravo a furia di scassare i maroni a destra e a manca un’occasione la trova…io ad esempio ho donato me stesso ad Andrea Palmisano e gli sono piaciuto…ihih..
Sì, ma non è esattamente ciò che intendevo. Anche io per anni ho fatto soldi scrivendo per riviste. Però il punto non è solo che mantenersi scrivendo di videogiochi è difficile. Il punto è anche che non puoi mantenerti scrivendo di videogiochi se non scrivendo all’interno del solito ciclo di news-previews-reviews. In passato c’erano giornalisti (sia specializzati sia generalisti) che lavorano scrivendo solo pezzi lunghi, inchieste pubblicate a puntate, lavori che a volte prendevano settimane se non mesi. Oggi quel tipo di giornalismo non si può fare, soprattutto – ma non solo – per ragioni economiche.
Rispetto moltissimo chi campa scrivendo su siti o riviste. Ma la scrittura richiesta dalla stragrande maggioranza di questi siti e riviste, diciamoci la verità, non è alto giornalismo. Spesso gli articoli dei siti di videogiochi si distinguono l’un l’altro solo dal nome del gioco di cui parlano.
Sono colpevole quanto chiunque altro di avere scritto con lo stile “da rivista di videogiochi”, ma a pensarci bene è triste che l’unico modello di scrittura che sembra poter esistere nel giornalismo videoludico “professionale/commerciale” sia il formato IGN. Io, idealmente, vorrei leggere articoli scritti così bene che anche se non me ne frega niente del gioco di cui stanno parlando, possa trovare il pezzo comunque interessante. E questo non succede nel 99% degli articoli di videogiochi che leggo.
Come non quotarti, Ferruccio, però devo essere sincero. Gli italiani hanno ben altro di cui preoccuparsi adesso, anche restando in ambito di giornalismo. Per spaventarsi basta vedere in generale quel che sta succedendo alla stampa politica nel nostro Paese. Chi davvero può essere il destinatario cosciente di un articolo come questo in un paese così rassegnato e rincoglionito dai mass media? Ti stimo per il tuo impegno nel progetto PdV / Ringcast. Per questo ho scelto di darvi una mano. Sono i vostri articoli e le vostre discussioni che vorrei vedere in edicola o in televisione. Cosciente che il futuro dell’editoria sia comunque lontano dalla carta stampata, vi auguro di poter in futuro approfittare di queste nuove opportunità per farne un lavoro degnamente retribuito.
In bocca al lupo!
Il giornalismo italiano è in una condizione pietosa. Certo, è solo una delle tantissime cose che in Italia sono ormai in piena decadenza, sia morale, sia finanziaria, sia culturale, sia politica etc. etc.
Ma anche in campo internazionale c’è una crisi che ha radici molto, molto prodonde. E non sarà l’iPad a salvare l’editoria.
Rimangono progetti ambiziosi e roba interessante in giro ce n’è molta. Il punto fondamentale, però, è che secondo me non si può continuare a sperare di avere servizi di qualità gratuiti. O almeno, a quel punto non ci si può lamentare se manca indipendenza. Insomma, da qualche parte i soldi devono pure arrivare.
Comunque, grazie dei complimenti. Noi continuiamo a fare ciò che facciamo con – e per – passione.
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