In un mondo perfetto le due notizie seguenti non avrebbero nulla a che fare coi videogiochi. Per qualche strana ragione, però, i media generalisti finiscono per parlare di videogiochi a proposito di avvenimenti del tutto non attinenti.
La prima notizia riguarda la morte di un bambino di 9 anni, Anthony Maldonado, di Harlem, New York. Anthony si trovava a casa del nonno e stava giocando con un gioco della serie Tony Hawk. I familiari hanno lasciato Anthony in compagnia del suo amico Alejandro Morales (25 anni). Più tardi la stessa notte, verso le tre e mezza, Morales ha accoltellato a morte Anthony Maldonado. Secondo la notizia originale, Anthony è stato ucciso “a causa” del gioco, anche se non viene spiegato esattamente in che senso. Il nonno del bambino ha dichiarato: “Anthony stava giocando alla PlayStation quando il suo amico è arrivato e lo ha accoltellato. Mio nipote è morto per un videogioco“. Lo zio di Anthony, invece, ha detto a proposito dell’assassino: “Era un amico. Non posso credere che sia successo. Alejandro non si comporta bene per strada, ma in casa è sempre stato educato“.
Allora, riassumiamo. La famiglia permette che un bambino di nove anni rimanga sveglio la notte in compagnia di un estraneo (un “amico” di venticinque anni? WTF?) con un passato di violenza, e la colpa è di un videogioco? Solo a me viene voglia di urlare al nonno del bambino “no, brutto stronzo, tuo nipote non è morto per un videogioco. È morto per colpa tua”?
La seconda notizia è per fortuna meno drammatica e meno deprimente – ma non meno stupida – e riguarda James Cameron e il suo Avatar. A quanto pare nel film il personaggio interpretato da Sigourney Weaver, Grace, fuma. Ohhhh, scandalo. Siccome fumare è ormai il peggiore peccato che possa esistere in un film hollywoodiano (secondo solo a mostrare un capezzolo), Cameron si è sentito in dovere di spiegare al New York Times perché il personaggio fuma. La spiegazione di Cameron aggiunge ulteriore ridicolo a una questione già assurda: “a Grace non importa del suo corpo, solo del corpo del suo avatar, il che è una critica sulle persone nel nostro mondo che vivono troppo attraverso i propri avatar, ovvero online e nei videogiochi“.
Certo, perché rispetto alle generazioni precedenti oggi si fuma di più, si cura meno il proprio corpo e, infatti, la vita media negli ultimi decenni si è accorciata. Giusto?
Non voglio fare il difensore d’ufficio dei videogiochi. La cosa che mi dà più fastidio, in queste due notizie, è il concetto di fondo, ovvero che oggetti di intrattenimento abbiano responsabilità (o abbiano un ruolo) nell’educazione e nel senso morale della gente. Del resto viviamo in un mondo in cui se pesi duecento chili e ti viene un infarto la colpa è di Mc Donalds che ti ha venduto gli hamburger, mica tua.
foto di Alejandro Morales presa da Destructoid.







Gli oggetti di intrattenimento un ruolo, che ti piaccia o meno, ce l’hanno eccome. La sigaretta è diventata un modo di essere (prima che qualcosa di piacevole) perchè il cinema l’ha resa tale. Un giorno pure te hai cominciato a fumare. Non perchè ti piacesse farlo, ma perchè faceva figo. E faceva figo perchè per 40/50 anni non c’era personaggio figo alla tv che non fumasse.
La colpa di Mc Donald non è di vendere gli hamburger, è di venderli come se fosse cibo per famiglie. Un bambino lo intorti con la sorpresa nell’happy meal, un ragazzo di 14 anni con il pasto veloce e l’ambiente giovane. Esagerare con il Mc non è come esagerare con la torta al cioccolato. Quello va spiegato, quello non è messo in evidenza, quello è il reato di Mc.
Sul caso del bambino e Tony Hawk non posso che essere d’accordo con te. Mi piacerebbe anche conoscere la realtà di queste persone però. Se un borghesotto lascia il nipote in mano a un 25enne violento e pregiudicato è una cosa; se in un quartiere degradato con il 70% degli abitanti che si sono fatti un giretto dentro (e in Usa lo sai che esistono questi ghetti) lasci tuo nipote ad un amico di famiglia che hai visto crescere e che ha fatto a cazzotti un paio di volte è un altro discorso no?
Ti hanno venduto la notizia in modo tale che pure te, che scemo non sei, l’hai recepita e commentata in un solo verso. Ti hanno portato a ragionare esattamente come volevano tu facessi e sei ancora convinto che tv, videogiochi e stampa non abbiano responsabilità sull’educazione di un bambino?
Certo, l’alternativa migliore sarebbe crescerli senza tv, internet e videogiochi i nostri figli, accompagnadoli in ogni momento della loro crescita, ma non funziona più così. Perchè vuoi un 42 pollici LCD e tua moglie lavorerà anche per quello, perchè vuoi goderti una ps3 e farai qualche ora di straordinario in più e perchè, dopo quelle ore, vorrai pure riposarti e i Teletubbies sanno regalarti il tempo libero che non avresti.
Il problema di fondo della responsabilità di mezzi di comunicazione e intrattenimento è che stiamo distruggendo i filtri che tutti dovrebbero avere. Non sto dicendo che mezzi di comunicazione e di intrattenimento non hanno potere – rinnegherei quattro anni di università se lo dicessi -, ma che rifiuto l’idea che l’influenza assolva dalle responsabilità.
Se ti fai influenzare dal film, dal predicatore o dal politico di turno la responsabilità rimane tua. Quello che voglio dire è che io vedo la tendenza a dare le responsabilità a cose astratte, sempre. La gente di un quartiere a Napoli tira sassate alla polizia per proteggere gli spacciatori? La colpa è dell’assenza dello Stato. Un ragazzino ne ammazza un altro per rubargli una console? La colpa è dei videogiochi violenti.
No, non credo che TV, videogiochi e stampa abbiano responsabilità sull’educazione dei minori. Perché i minori sono sempre stati soggetti a influenze negative, dall’inizio dei tempi. Anzi, un tempo gli esempi negativi venivano dati come medicine. Le fiabe piene di dettagli orribili, in cui spesso alla fine i buoni morivano e i cattivi vincevano, avevano questo scopo. Oggi si pensa solo a proteggere e schermare i ragazzini. A dirigere le colpe altrove. Mentre invece si dovrebbero preparare i giovani ai messaggi ambigui e ai messaggi sbagliati.
Perché bisogna avere i filtri che ti permettono di interpretare la realtà senza lasciarti trasportare. La risposta alla propaganda cattiva, ai messaggi sbagliati, non è la propaganda buona. È il senso critico. E quello si acquisisce col tempo, con l’aiuto della famiglia e, probabilmente, anche su base genetica (un cretino non avrà mai senso critico).
L’idea del “se rappresento un personaggio che fuma sto promuovendo il fumo” è ingenua. È un ragionamento stupido, limitante e offensivo nei confronti sia del pubblico maturo, sia del pubblico infantile.
Il problema dell’altra notizia, invece, è che è cattivo giornalismo. Presentare la notizia come “bimbo muore per colpa di un videogioco” è davvero scorretto. E resto convinto che la responsabilità di quella storia sia della famiglia. Il nonno di quel bambino se ne è andato a dormire e ha lasciato che il nipote giocasse fino alle tre e mezza di notte con uno sconosciuto maggiorenne. Non è giustificabile, né comprensibile.
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