Io sono Batman

Nell’agosto del 2009 Rocksteady, sino ad allora software house responsabile del misconosciuto Urban Chaos, ridefinì in maniera epocale il concetto di tie-in dando alla luce Batman Arkham Asylum. L’anno prima, nelle sale cinematografiche di tutto il mondo, era arrivato con la forza di un uragano The Dark Knight, secondo capitolo della trilogia dedicata al Cavaliere Oscuro firmata da Christopher Nolan. L’interesse verso le gesta dell’uomo pipistrello, grazie a questa nuova e più realistica rilettura del personaggio, era alle stelle e molti videogiocatori, scottati da mille tie-in di dubbia fattura, temevano che il titolo Rocksteady potesse fare la fine di uno Spiderman qualsiasi.

E invece, sorpresa: il nuovo Batman videoludico era un’opera che mescolava in un unico titolo il taglio realistico del film, le voci e una certa ironia della serie animata e ovviamente quel capolavoro che è l’albo a fumetti Batman Arkham Asylum illustrato dal visionario Dave McKean. Critica e pubblico lo acclamarono, giustamente, come uno dei titoli più interessanti dell’anno. Grazie all’uso sapiente dell’unreal engine 3 tutto aveva un aspetto massiccio, imponente e “nero”.

Nonostante questo piccolo gioiello molti avevano storto il naso quando era circolata la voce che il sequel sarebbe stato ambientato in una location più ampia, Arkham City appunto, un quartiere-prigione di carpenteriana memoria. L’ombra di un raffazzonato free roaming si stagliava sulle preoccupazioni più oscure dei fan del primo titolo, ma anche in questo caso il gioco ha fugato, in un baleno, qualsiasi potenziale dubbio.

 

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Eccone un altro: Davide

Ed ecco qui, ne arriva un altro. A dimostrare che l’ambiente è tutto un magna magna, l’ultimo arrivato è uno che un paio di volte mi ha invitato al suo podcast: insomma, tutto fra amici. Applaudite quindi Davide, che entra a far parte di Singleplayercoop. Clap clap.

-Ferruccio

 

Q: Generalità, prego.

A: Davide, nato ormai 38 primavere fa sulle sponde torinesi del fiume Po,  ho avuto l’occasione in tenera età di mettere le mie zampacce onnivore su un Commodore Vic20 ed è stato amore a prima vista. Mettendo in seria crisi le finanze prima dei miei genitori e poi le mie medesime, ho continuato con quello che è diventato il mio hobby preferito sino ai giorni nosti, giocando praticamente con qualsiasi console/gioco che sia stato prodotto nel globo terracqueo. 

Q: Tu e Singleplayercoop, come mai?

A: Il mio ego straripante mi ha sempre fatto pensare di aver qualcosa di sensato da dire al resto del mondo. Ci ho provato scrivendo sulla versione nostrana di EGM (purtroppo durata troppo poco), bazzicando su qualche webzine e in ultimo creando il podcast Il Tentacolo Viola, dove si discute di videoludo e altre amenità. Ora grazie a Singleplayercoop (e grazie a Ferruccio) spero che il verbo possa arrivare a più persone possibile.

Q: Parlerai anche qui dei vecchi tempi e ammorberai tutti con l’adagio “si stava meglio quando si stava peggio”?

A: Sinceramente spero di evitare ai lettori di Singleplayercoop i racconti del nonno, ma non si puoi mai sapere, a volte noi anziani non ci rendiamo conto ma partiamo così, come se nulla fosse, raccontando la prima volta che abbiamo visto in un bar il coin-op di Karate Champ…

Q: I lettori, oltre che dissentire con le tue opnioni nei commenti in calce ai post, come possono comunicare con te?

A: Ah possono contattarmi all’indirizzo: dave182@singleplayercoop.com

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Sideway New York – piattaforme tranky funky

Sideway: New York ha una premessa che dovrebbe far venire gli occhi a cuoricino ad ogni amante del platform: il protagonista del gioco è un graffito animato. Se continuate ad avere una espressione da Renzo Bossi e non avete capito le implicazioni, esemplifico un poco. Il protagonista, Nox, è un ggiovane graffitaro che, sorpresona, è stato trasformato in… esatto! Un graffito! Destino beffardo. Lol.

In quanto dipinto semovente, Nox andrà in giro per dei livelli che tappezzano letteralmente degli edifici di New York. Questo vuol dire che se vi muovete lungo una facciata e salite fino al tetto, vi troverete in una stanza che avrà una diversa gravità a seconda della facciata che avete percorso. Complicato da spiegare a parole, ma pensate a come si sviluppa un piano bidimensionale attorno a un oggetto in 3D e potrete intuire alcune delle potenzialità di Sideway: NY.

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Ringcast 52 – Il ritorno di Vitoiuvara

Diciamo la verità: di podcast di videogiochi in Italia ce n’è troppi. E molti mancano di verve, opinioni originali, rubriche inutili, turpiloquio. Ringcast ha tutto questo. Ha orrende divagazioni su argomenti a caso, ha una selezione di rubriche che ce le invidiano dall’estero, signora mia, ha tutto uno sturm und drang capace di fare la gioia di chi è contro la pedanteria delle recensioni graficasonorolongevità. Insomma, Ringcast se la gioca con la pasta con le sarde, in quanto a cose che danno senso alla vita. Il fatto che io sia uno dei conduttori non rende questo giudizio meno imparziale. E poi da questa puntata torna il dottor Vitoiuvara, uno dei migliori critici/opinionisti di videogiochi che ci siano in Italia. Ecco, l’ho detto. Insomma: ecco a voi Ringcast 52.

(e perdonate Gatsu per le donnine discinte che mette sempre nelle immagini promozionali)

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Players Podcast: Go!

Players è la rivista crossmediale (‘mmazza che termine sfighè) più amata da Single Player Coop. Anche perchè, come forse già sapete, ci scriviamo io (regolarmente) e il buon Ferruccio (quando gli gira). Questo mese, oltre ad un numero del magazine ancora più godurioso del solito, la redazione ha deciso di esagerare pubblicando l’episodio 00 di Players Podcast. Ideale compendio della rivista, il podcast di Players presenterà ogni mese una sana scorpacciata di cinema, serie TV, comics, tecnologia, videogiochi e quant’altro possa stimolare l’appetito dei nerd più esigenti.

In questa prima puntata, disponibile già da qualche giorno, troviamo Tommaso De Benetti (Gatsu), Andrea Chirichelli (Fulgenzio) e Emilio Bellu (Zion Siva) alle prese con: Steve Jobs vs. Richard Stallmann, un’esauriente panoramica sui pilot delle nuove serie TV che ci ruberanno la vita, i nuovi album di M83 e Bjork e infine, come proverbiale ciliegina sulla torta, una disamina sulla (per chi scrive mai abbastanza bistrattata) serie di Saw – L’enigmista.

Potete ascoltare l’episodio 00 del podcast di Players qui (streaming diretto), qui (per abbonarsi via iTunes) oppure ancora qui (per scaricare l’mp3). Buon ascolto e, mi raccomando, feedbackate numerosi.

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PixelJunk, IGN e la recensione di Daemon Hatfield

Daemon Hatfield è uno dei principali autori di IGN noto per la sua aria da bello e dannato che tanto piace alle 10 lettrici della testata americana e, in secondo piano, per condurre il podcast di successo “Game Scoop!”. Il motivo per cui oggi vi parliamo di questo giornalista è legato alla recensione di PixelJunk SideScrollers che lui stesso ha curato.

Nell’articolo pubblicato da Hatfield viene sottolineato come il gioco realizzato dal team Q-Games abbia poco da offrire in rapporto ai dindi necessari per acquistarlo.

“Finisci l’ultimo livello, sconfiggi il boss finale e qual’è la ricompensa? Vieni riportato alla schermata principale con niente più che un “Congratulazioni!”. Mi aspetto di più da un titolo del 2011 che costa 10$.”

Dylan Cuthbert, presidente di Q-Games, una volta letta la recensione fa notare ad Hatfield – rigorosamente via Twitter – che il finale tronco si ottiene solo giocando in modalità Casual, chiaramente non la modalità di riferimento se si vuole scrivere una recensione di un gioco. Continua a leggere

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Ready Player One – nerdgasm totale definitivo

Sì, l'autore ha fatto il tour di presentazione del libro arrivando in una DeLorean.

Ready Player One (Player One in italiano) di Ernest Cline, è il romanzo che ogni videogiocatore stava aspettando. Ancora di più: è il romanzo che ogni videogiocatore avrebbe voluto scrivere. Ma tutto ciò non è necessariamente un complimento.

La premessa di Ready Player One ricorda un poco Matrix, un poco un resoconto di quello che succede giornalmente in EVE Online, un poco la versione pop di un libro di William Gibson. È il 2044, e il mondo è nel cesso. Il petrolio è finito, l’inquinamento devasta il pianeta, la crisi economica dura ormai da più di tre decenni e la disoccupazione continua a essere sempre più alta, anno dopo anno. La popolazione occidentale vive perlopiù di espedienti, in città sempre più isolate a causa del costo proibitivo dei trasporti e in un clima di costante violenza.

L’unica valvola di sfogo per la maggior parte delle persone è Oasis, una simulazione di realtà virtuale che ha di fatto sostituito internet. Nata come un gioco di ruolo online, Oasis si è espansa fino a diventare una specie di Second Life sotto steroidi (e divertente, al contrario di quella immonda ciofeca). La gente sta quindi tutto il giorno cogli occhialetti da realtà virtuale sul naso attaccata alla simulazione. Oasis funziona come un vero e proprio universo fatto di decine di settori e centinaia di pianeti, ognuno con le sue regole, come l’esistenza della magia, e ognuno basato su un tema o un’opera specifica. Ci sono quest da risolvere e livelli di esperienza, ma ci sono anche scuole, servizi, luoghi di incontro. Oasis ha quasi sostituito la realtà.

Il creatore di Oasis è James Halliday, il più importante game designer della storia: un misto fra Steve Wozniak, John Carmack, un Peter Molyneux non cazzaro, Bill Gates e un’altra mezza dozzina di icone nerd.

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