Enslaved ha chiaramente una grossa ambizione alle spalle. Ninja Theory sembra aver voluto creare l’Uncharted 2 dei giochi non sparacchini. C’è tutta un’aspirazione epica, un voler acchiappare capra e cavoli: costruire un mondo e ficcarci dentro pure una bella storia; fare un sistema di combattimento interessante ma anche salti ed esplorazione e momenti in cui tutto esplode. Il pane e le rose, insomma.
E quindi, saranno riusciti i prodi inglesi autori di Heavenly Sword a fare il colpaccio? Hanno essi eguagliato i semidei Naughty Dog? No. È meglio dirlo subito: Enslaved non è un capolavoro. Eppure è un gioco da premiare, da comprare e da giocare. Se continuate a leggere vi spiego perché.
Il gioco è un action in cui combattimenti corpo a corpo si alternano a puzzle ambientali e salti da una piattaforma all’altra. Il manuale del buon recensore di giochini dice che per fare raggiungere la sufficienza a Enslaved c’è bisogno che ognuna di queste cose sia almeno piacevole. Il combattimento lo è: molto clang clang sbleng sbleng attacco attacco, non raggiunge lo stile di quello di Batman Arkham Asylum, ma è ben ritmato e richiede notevoli riflessi (giocatelo ad hard). I puzzle ambientali sono roba un po’ ammuffita. Ci sono eccezioni, ma di solito leve e piattaforme da spostare hanno bisogno di avere il bilanciamento mostruoso di un Uncharted 2, altrimenti annoiano. Riguardo lo zompare da un cornicione all’altro, poi, Enslaved ruzzola e si spacca i denti per terra. Il salto iperguidato di Enslaved eliminerà anche la frustrazione, ma rende tutto troppo, troppo semplicistico. Ancora una volta, Nathan Drake aveva trovato l’equilibrio perfetto. Monkey e Trip no.
Eppure… Eppure Enslaved spacca. Perché ha una bella storia, perché il combattimento fa digrignare i denti (no, sul serio: giocatelo ad hard), perché il salto sarà guidato ma alcune sequenze sono davvero mozzafiato, perché il mondo è bellissimo, la storia è interessante e i personaggi credibili.
Sì, ci sono un sacco di piccoli dettagli che stonano: Ninja Theory è innamorata delle proprie bellissime animazioni, e i controlli tendono a risentirne, visto che bisogna aspettare che un’animazione si concluda prima di fare qualcos’altro. E ancora; tutto è troppo frammentato, ci sono troppe mini cut-scene da tre secondi, troppi “ecco che arrivano i nemici“, troppi “ecco dov’è la leva che devi azionare“. In un certo senso la differenza fra i titoli veramente di prima categoria e quelli buoni ma non eccezionali sta proprio in questi particolari: nei giochi di serie A tutto scorre col ritmo più naturale per il giocatore. Nei giochi un po’ più puzzoni si vedono le giunture.
E però non bisogna essere miopi. Bisogna guardare giochi come Enslaved nella giusta prospettiva. Preso nella maniera corretta, Enslaved è un godibilissimo action adventure, con più di un elemento eccezionale. Se non vedete il mondo in bianco e nero, provatelo.









Più che altro secondo me il problema di Enslaved è che una volta finito non c’è niente che ti spinga a continuare a giocarci. La prima volta è davvero esaltante, ma una volta raggiunto il finale… niente unlockables, niente percorsi alternativi… il sistema di combattimento, per quanto semplicistico, è divertente e meritava forse una modalità “sfide” tipo Batman…
Rigiocarsi daccapo tutto è abbastanza improponibile, dato che a parte le fasi di combattimento tutto il resto è prefissato e guidato ai massimi livelli. Peccato perché sono d’accordo, è un gioco che merita davvero e mette sul piatto molte idee già viste ma rielaborate in maniera nuova e originale.
Vedremo cosa combineranno con il nuovo DmC, a meno che i fan incarogniti dal capello scuro non gli facciano saltare in aria gli studios prima!
La storia è praticamente la stessa di Dragonball. No, sul serio.
Anche il personaggio è lo stesso di Dragonball: una scimmia con un bastone che vola su una nuvola.
Perché entrambe le storie si ispirano al medesimo romanzo cinese.
Pingback: Enslaved - Pigsy's Perfect 10 - uomini e porci