Red Dead Redemption – ¡hasta luego sandbox!

Quando l'uomo con il fucile incontra l'uomo con..vabbè dai avete capito

Dopo aver trascorso una manciata di ore nella polverosa New Austin, tre cose mi sono decisamente chiare: a) Red Dead Redemption è una figata b) Red Dead Redemption è una figata d’altri tempi e c) il concetto di sand-box gaming sul quale Rockstar Games ha basato buona parte delle proprie fortune è giunto (finalmente?) al suo epilogo. RDR prende tutti gli elementi che hanno staccato l’eccelso GTA IV dai precedenti capitoli della serie e gli eleva al quadrato, colorando il gameplay delle avventure di John Marston (miglior personaggio dell’ultimo lustro? Massì, dai) con tinte ai confini con il gioco di ruolo.

Ad una struttura delle missioni questa volta realmente blindatissima (tanto da far combaciare il DNA di RDR più con quello di Bully che con quello della serie free-roaming più celebre del mondo) si aggiunge per la prima volta in un titolo Rockstar la reazione come risposta ad ogni azione.  Già in GTA IV si era iniziata ad intravedere questa specie di “gabbia morale”, nel segno della quale parecchi giocatori hanno accantonato ritualità, cazzeggi ed atti inconsulti maturati nei precedenti capitoli, indirettamente guidati dalla non-risolutezza e dallo spessore del protagonista Niko Bellic. Ciònonostante, due ave marie, tre padri nostri e un paio di minuti con la polizia alle calcagna erano solitamente più che sufficienti a cancellare qualsiasi marachella, capitata per sbaglio in corso d’opera come viziata dalla premeditazione.

In RDR la moralità (sia chiaro, tutt’altro che semplice o lineare) del personaggio Marston si fa reale, tangibile e persistente come le zecche dei cavalli che monta e permette poco o niente di quanto appena espresso: ogni pallottola sparata nel corpo sbagliato, umano o canino o equino che sia, porta a conseguenze discretamente gravi, limitando di fatto la “libertà” del giocatore (nella tremenda accezione fricchetton-terzaliceista del termine – faccio ciò che voglio!11!1!) ma elevando l’immedesimazione, la concretezza e la pesantezza del giocato/narrato verso lidi d’eccellenza.

Una scelta coraggiosa quanto astuta quella di Rockstar Games che, verosimilmente preoccupata dal possibile (e probabile) venire a noia della formula sandbox ne ha a poco a poco ridimensionato i connotati. La sfida è ora rappresentata dal riempire gli spazi lasciati dalle possibilità del free-roaming con script, concettuali prima che veri e propri, pregni di eccellenza ed awesomeness. Sfida che, dopo aver trascorso una manciata di ore nella polverosa New Austin, mi sembra già sostanzialmente vinta.

Chapeau, Rockstar San Diego.

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One Response to Red Dead Redemption – ¡hasta luego sandbox!

  1. Neoyevon says:

    E aspetta di arrivare alle battute finali, dove tutte quelle missioni filler (che ci sono sempre un pò state nei giochi R*) spariscono e viene lasciato spazio alla magnifica storyline del gioco.

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