E voi che vi sentivate scemi a fare mossette con la chitarra di Rock Band...

Rhyme Player sembra essere la risposta di Konami a un problema fondamentale: come fare apparire ancora più idioti i giocatori di music games e di giochi per iPhone? Ecco a voi Rhyme Player, un gioco in cui toccare e sfregare lo schermo a ritmo delle parole che scorrono. Detto così sembra un karaoke per sordi, e probabilmente il gioco vero e proprio sarà ancora peggiore di questo riassunto. A fare da spina dorsale a questo concept geniale, che secondo Konami unirà testi e ritmo (eh?), saranno cinque brani inclusi nel gioco (in vendita sull’App Store a 1.99$): Poison di Bell Biv DeVoe; First Time di Lifehouse; ABC dei The Jackson 5; Show Me di The Cover Girls; e Just Dance di Lady Gaga.

C’è qualcosa di profondamente triste nella strada intrapresa dai giochi musicali. Sembra che tutti abbiano ormai rinunciato all’idea di un gioco musicale che provi ad essere creativo e che permetta davvero di giocare con la musica. Quei pochi che ci tentano (come Beaterator) vengono – giustamente? – accusati di essere troppo complessi. È pigrizia mentale degli sviluppatori o è davvero impossibile creare un gioco non troppo complicato e che sia capace di trasmettere anche solo parzialmente le sensazioni date dalla creazione musicale?

Ma soprattutto: Lady Gaga? LADY GAGA? WTF?

Le colonne sonore non originali sono considerate un po’ come un trucco. Usare canzoni preesistenti per un film o un gioco viene considerato da alcuni puristi come un elemento che potenzialmente può distrarre dall’opera. Visto che a noi i puristi fanno schifo, però, posso tranquillamente confessare che amo le colonne sonore non originali.

Creare compilation è un’arte. Che si tratti di una cassettina regalata alla ragazzina che ti piaceva alle medie (chi è sotto la fascia di età 25-30 non sa di cosa sto parlando), o di un CD, o di una playlist di MP3, scegliere una serie di canzoni richiede attenzione, gusto e fantasia. E una canzone presa da sola è diversa rispetto a una canzone messa vicino ad altre quindici. A volte una compilation è più della somma delle canzoni che la compongono.

La colonna sonora di Little Big Planet PSP è uno di questi piccoli gioielli di stile. È davvero un peccato che in pochi abbiano notato e apprezzato lo splendido mix di world music e indie del gioco di Studio Cambridge. Si tratta perlopiù di gruppi e artisti sconosciuti – con qualche eccezione -, ma i brani sono tutti notevolissimi, e hanno il raro pregio di funzionare sia nel contesto del gioco sia ad un ascolto dedicato. Se siete curiosi potete dare un’occhiata ai video di SheepLord su Youtube, che ha postato sia canzoni della colonna sonora originale composta da Jim Fowler sia brani della colonna sonora su licenza. Oppure, per chi può usare Spotify, ecco la playlist di LBP PSP compilata dal sottoscritto.

Di seguito la lista dei brani:

Kobana by Ali Hassan Kuban
Pele by Arakatuba & Ballistic Brothers
Bossa Na Praia (Beach Samba) by Astrud Gilberto
Marcia Foi Pro Samba by Bazeado
Space Journey by Coldcut
Talkative Didge by David Hudson
Toy and 61 Festival by Hedgehog
In This City by Iglu and Hartly
Feel Am by Lindstrøm & Prins Thomas
Neopolitan Dreams by Lisa Mitchell
The Planet Plan by United Future Organisation
Kargashai by Mamer
Shanghai Blues by Wu Man
Peace Pipe by Nickodemus
2 Sips & Magic by Nickodemus (feat. the New York Gypsy Allstars)
Isis Unveiled by Phil Thornton & Hossam Ramzy
Hoy Tenemos (Boys from Brazil Remix) by Sidestepper
Glockenpop by Spiderbait
On Time by Stereo de Luxe
Bouchez by Stereo de Luxe
Bombora by The Atlantics
Voodoo Juju by The Voodoo Trombone Quartet
The Good Life by The Week That Was
Satyam Shivam Sundaram by Thievery Corporation

Apprezzare i Green Day, oggi, è la cosa meno cool che si possa fare. A giudicare dall’ultimo disco non sembra che i tre californiani meritino di meglio. Però in tempi di Lady Gaga e Kanye West, una rock band mainstream è merce rara.

Il simpatico mondo di internet, che detesta il sarcasmo e la negatività, sembra aver accolto l’annuncio di Green Day: Rock Band con un solido coro di “meh” e commenti come “dalla band migliore della storia, i Beatles, alla peggiore, i Green Day“. Le cose sono migliorate un pizzico con l’annuncio che il gioco sarà del tutto aperto, ovvero che sarà quindi possibile esportare le canzoni in Rock Band e Rock Band 2 (almeno su PS3 e 360; gli utenti Wii si attaccano).


Resta il fatto che i Green Day hanno subito il destino di tutte le band diventate davvero popolari. Percepiti come fighissimi col primo disco, fighi col secondo, deludenti col terzo, e così via fino a immondi burattini prostituti delle multinazionali con l’ottavo album. Ora, mi sentirei molto più a mio agio nella difesa dei Green Day se l’ultimo disco non fosse così brutto com’è e se Billie Joe Armstrong non usasse così tanto mascara e eyeliner. Però a me i Green Day piacciono. Molto. Dookie e Insomniac sono due capolavori pop con pochissimi eguali.

C’è stato un momento, negli anni ‘90, in cui sembrava che il rock potesse essere ancora musica popolare senza essere compiacente e senza cadere nella trombonaggine del rocker-santone alla U2. Quel momento è passato: il rock mainstream non esiste più, se non in patetici tentativi come The Killers, e il pubblico degli appassionati di musica ormai non toccherebbe un disco che vende più di centomila copie neanche con un bastone. I Green Day sono di fatto gli ultimi rimasti a fare rock popolare ben fatto e ben suonato. A fargliene una colpa possono solo essere gli snob.

Siccome ho passato da un po’ l’età in cui giudicavo le persone per la musica che ascoltano, così come ho passato l’età in cui mi importava di apparire figo e alternativo, posso dirlo liberamente: non vedo l’ora che esca Green Day: Rock Band. Nel frattempo mi piace pensarli così, come il mio gruppo preferito di quando avevo quattordici anni…


Il rap mi infastidisce come poche cose al mondo mi infastidiscono. Il gangsta rap svedese, poi, mi fa infuriare. Sarà che, avendo vissuto i primi ventitre anni della mia vita a Palermo, sentire parlare dei sobborghi di Stoccolma coi giardinetti come “ghetto” mi fa trasformare in mio nonno quando sfanculava i Beatles.

Ad ogni modo, nel luccicante mondo del rap svedese fatto di duri gangsta all’acqua di rose, Adam Tensta è probabilmente la star più grande. Il rapper, assieme a qualche altro scemo col cappellino da baseball girato ad angoli sempre più improbabili, ha fatto un video che rielabora la storia dei videogiochi a 8 e 16 bit. Se non fosse per il Mario “yo dawg!” col berretto all’indietro (e ti pareva) e per la pessima canzone (Follow Me), potrebbe essere uno dei più bei video musicali a tema videoludico che abbia mai visto:


Avevo già dato le mie impressioni a caldo nella non recensione. Adesso ecco a voi la recensione. La trovate nel blog di Babel. Per chi non lo sapesse, Babel è un magazine online gratuito in pdf/blog per cui ogni tanto scrivo. Enjoy.

“Lasciamo stare, fin da subito, la banalità di “Se vi piacciono i Beatles questo gioco vi piacerà”. È vero, ma separare la qualità della musica dal gioco Rock Band è un’idiozia. Rock Band è, prima di tutto, un modo particolare di usufruire della musica, a metà fra ascolto e performance. A togliere la musica dall’equazione si ottiene una sequenza di tasti da premere. Oltretutto, The Beatles: Rock Band è talmente ben fatto, talmente integrato all’immaginario che i Beatles rappresentano, che considerarlo come un ‘song pack’ di Rock Band è decisamente ingeneroso.” Continua…

Questa notizia è molto postmoderna. Electronic Arts, che di solito ha un certo talento per iniziative di marketing interessanti, è diventata metareferenziale. Questa settimana, infatti, dovrebbe uscire un song pack per Rock Band ispirato a Brutal Legend. Detto in un altro modo: tre canzoni su licenza presenti in Brutal Legend usciranno su Rock Band. In pratica è una licenza di una licenza: il sogno erotico di un addetto al copyright. Se si considera che una di queste canzoni è del gruppo di Jack Black, l’orgia di licenze diventa ancora più grottesca. Le canzoni sono “(We Are) The Road Crew ‘08” dei Motörhead, “The Metal” dei Tenacious D e “More Than Meets the Eye” dei Testament. Il pacchetto con le tre canzoni costerà 5,49$ o 440 Microsoft Points.

(nella foto, una delle mille splendide statuette di ceramica che EA ha messo in palio in un concorso riservato ai soli utenti americani. Che siano maledetti.)

E allora: innanzitutto su singleplayercoop non scrivo recensioni. Se devo dire la verità, le recensioni col voto mi hanno un po’ stancato. Visto poi che a The Beatles: Rock Band ho giocato circa un’ora, non avrebbe neanche senso parlare come se avessi sviscerato il gioco. Qualche idea però me la sono fatta.
Chi finiva Through the Fire and Flames con cinque stelle è meglio che lasci perdere: il gioco è più facile della media del genere, anche se ai livelli di difficoltà più alta può essere una bella sfida. Ma bisogna comunque ricordare che i Beatles non sono una band che è diventata famosa per virtuosismi strumentali. Inoltre non ci si può aspettare la stessa varietà di un (ad esempio) Rock Band 2, visto che per l’appunto il gioco ripercorre la carriera di un solo gruppo.


Comunque, sbrigata la formalità della tecnica, andiamo al sodo. L’amore e la passione che sono state iniettate in questo progetto sono sbalorditive. Dalla selezione di un’opzione che suona come un accordo di Gettin Better, fino agli splendidi cortometraggi animati che introducono ogni fase della carriera dei quattro, non c’è un solo elemento che non urli un amore enorme per il mondo creato dai Beatles. Il vero colpo di genio, però, è l’aver adattato la storia della carriera e gli stessi componenti del gruppo secondo un’ottica fantastica. La modalità carriera non ripercorre la vera carriera dei Beatles: è un viaggio in ottica deformata, allo stesso tempo infantile e lisergica, di una delle carriere più narrative della storia della musica.


E poi, appunto, c’è la musica. Il lavoro tecnico dietro all’aspetto sonoro di questo titolo dev’essere stato mastodontico. La qualità delle tracce è cristallina e l’effetto finale sontuoso. Pur con tutte le limitazioni intrinseche a un progetto del genere, The Beatles Rock Band è un gran gioco. E, a mio parere, indica una possibile direzione per prossimi episodi di Rock Band: se si facesse qualcosa di simile basandosi non tanto su un gruppo, quanto su un genere o un periodo? Non semplici track packs, ma ricostruzioni e reinterpretazioni dell’estetica e della musica di un’epoca o di un genere. Ad esempio, quanto sarebbe bello un Rock Band basato sull’estetica, le storie e i gruppi del rock anni ‘90?


Paul McCartney
sembra invecchiare con una mancanza di grazia veramente senza pari. Dopo il terribile “non avrei mai pensato che sarei diventato un androide” pronunciato fra la freddezza e lo stupore generale sul palco della conferenza Microsoft all’E3 2009, Paul ha recentemente confessato di non aver mai provato The Beatles: Rock Band.


Non l’ho giocato, ha detto McCartney. Cioè, vorrei provarlo. La mia scusa è che io suono la chitarra. Ho suonato nel disco originale. Quindi l’idea di premere bottoni e cose a tempo è vagamente interessante, ma in effetti è molto più interessante fare un concerto così… (indica il pubblico)

Ora, capisco che dal punto di vista personale non dovrebbe fregare nulla a McCartney di suonare con un basso giocattolo le canzoni che ha scritto quarant’anni fa. Del resto Rock Band non è un’alternativa al suonare uno strumento, è un’alternativa all’ascolto passivo di una canzone. Comunque, visto che il gioco riguarda lui e la sua carriera, non sarebbe stato assurdo provarlo. Così, giusto per vedere se magari fa schifo. Così, tanto per fare qualcosa durante i diciotto mesi di sviluppo del gioco. Così, tanto per avere l’impressione di avere in qualche modo guadagnato i milioni di sterline che The Beatles: Rock Band frutterà al caro, vecchio Paul.


Paranoid Android
è probabilmente la mia canzone preferita di sempre. Oltre ad essere stata un punto di svolta fortissimo nella mia formazione musicale, anche oggettivamente direi che non può che essere definita come una delle canzoni più importanti degli anni ‘90. Contiene allo stesso tempo la più feroce critica anti-yuppista che si sia vista negli anni più fighetti del secolo, il fermento di un decennio incasinato, un nuovo modo di esprimere sentimenti senza essere sentimentali, la musica elettronica, il rock, lo spirito di William Gibson

I Radiohead sono un patrimonio della cultura nerd (non geek, mi raccomando; ché in Europa si definiscono geek quelli che sbavano dietro all’iPhone e ascoltano musicaccia da alterno-fighetti). Come tali, suonano bene anche a 8 bit:

Il flirt fra nerd e musica indie è storia vecchia. Le più grandi band indie degli anni novanta e i duemila sono composte da nerd. L’apice, probabilmente, si è raggiunto quando il chitarrista dei Kings of Convenience ha cominciato ad essere definito da alcune ragazze come sexy.
Visto il legame, quindi, non c’è da stupirsi se I Come to Shanghai porta la sintesi di indie e nerditudine a un livello superiore. Del giornalista/critico di videogiochi Robert Ashley avevo già parlato a proposito del suo podcast A Life Well Wasted. Adesso Ashley ha esordito anche come musicista: da qualche giorno è disponibile il suo primo disco, creato assieme a Sam Frigard con il nome I Come to Shanghai. Il disco omonimo è un progetto che solo Ashley avrebbe potuto creare. Composto, mixato, eseguito ed arrangiato artigianalmente dal duo californiano, I Come to Shanghai è allo stesso tempo amatoriale e soprendentemente capace di confrontarsi ad armi pari con i dischi di molte band blasonate.

I Come to Shanghai ha lo stesso spirito intelligente, malinconico e ironico di A Life Well Wasted. Non ci sono troppe pretese sperimentali e i due non si lanciano in sperimentazioni inutili, ma c’è un’enorme curiosità nell’approcciarsi alla musica. Il primo riferimento che viene in mente sono i TV on the Radio, con lo stesso misto di rock, lo-fi alla Beck, electro e melodie canticchiabili. Rispetto a Dear Science (l’ultimo dei TV on the Radio), e alla media delle produzioni indie moderne, I Come to Shanghai ha naturalmente dei valori di produzione più modesti: la sezione ritmica è un po’ troppo semplice, ed è chiaro che il duo non ha avuto a disposizione produttori di fama mondiale.

Eppure I Come to Shanghai è un disco da ascoltare. Non solo perché è un disco eccellente in rapporto alle dimensioni del progetto, ma sopratutto perché contiene almeno un paio di tracce davvero memorabili (su tutte Pass the Time e Your Lazy Eye). E poi perché il mix funziona. Alla base del disco c’è una sincera urgenza di dire qualcosa, c’è talento nella costruzione di melodie, armonie e arrangiamenti. Il disco è scaricabile dal sito ufficiale con la stessa formula di In Rainbows dei Radiohead: se volete potete scaricarlo gratuitamente, o altrimenti decidete voi quanto pagarlo. Nerds shall inherit the earth.