Oggi come oggi se non sei in Google Street View non sei nessuno. Certo, magari avrei preferito non essere immortalato durante una pausa sigaretta in ufficio, ma poco importa. Adesso posso aggiungere +5 alla voce Nerd.
Oggi come oggi se non sei in Google Street View non sei nessuno. Certo, magari avrei preferito non essere immortalato durante una pausa sigaretta in ufficio, ma poco importa. Adesso posso aggiungere +5 alla voce Nerd.
In questi giorni esce il nuovo film di Quentin Tarantino, Inglorious Basterds. Ieri, invece, è stato rilasciato il demo di Wet, sparatutto/action di A2M con uno stile decisamente pulp. I creatori di Wet non hanno nascosto per nulla le proprie influenze, parlando in varie interviste di come Wet sia ispirato al cinema di serie B anni ‘70 e ai film di Quentin Tarantino, con un occhio di riguardo per Kill Bill.
Forse era una cosa che si poteva già vedere nei suoi primi film. Però ormai non riesco a vedere un film di Tarantino senza pensare che siano film disonesti. È come se Tarantino facesse appositamente film più stupidi di sé e del proprio pubblico per poi poter ammiccare e suggerire “figo, eh? Guarda che stronzata!”. Insomma, un giochetto sterile. Pulp Fiction, Reservoir Dogs e anche Jackie Brown avevano parti volutamente ridicole, ma nel complesso erano film che osavano e per nulla banali. Adesso sembra che il buon Quentin – assieme al compagno di merende Rodriguez – si sia lasciato andare. E per quante arie da ribelle si dia, e per quanta cocaina sniffi, Tarantino rimane un intellettuale che ha visto tutti i film di Rohmer e che gioca a fare lo scoreggione anni ‘70. Per questo motivo non ho proprio alcuna voglia di vedere l’ennesimo interminabile circo di ultraviolenza e dialoghi infiniti, stavolta ambientato durante la seconda guerra mondiale.

Wet, invece, è un gioco scemo. È rozzo, manca di rifinitura in moltissimi campi, tecnicamente è appena alla sufficienza. Eppure è anche divertentissimo, violento con stile e pieno di entusiasmo. In altre parole, un gioco genuinamente di serie B. Ora scusate, ma vado a preordinarlo.
Da quella lista di ricerche, in cui ogni utente è identificato con un numero e le sue ricerche ordinate in ordine cronologico, i registi Lernert Engelberts e Sander Plug hanno selezionato una storia. È la storia dell’utente 711391, una donna di mezz’età di Austin – ma col sogno di trasferirsi in Alaska – con un modo estremamente peculiare di fare ricerche sui motori di ricerca.
Engelberts e Plug hanno trasformato la lista di ricerche di 711391 in un documentario, I Love Alaska, liberamente visibile su YouTube. Non è esattamente il documentario più spettacolare della storia: sulle immagini della natura dell’Alaska una voce narrante legge le parole cercate da 711391.
Ma la storia di 711391 è comunque incredibile. Non solo per la quantità di informazioni personali che si riescono a cogliere dalle sue ricerche, ma anche dal fatto che queste ricerche avvengono in un momento abbastanza delicato della vita di questa donna. Visione consigliatissima, per l’originalità del soggetto e per il modo in cui una serie di ricerche riesce a descrivere desideri, preoccupazioni e speranze probabilmente più di quanto la persona stessa che fa queste ricerche si possa immaginare.
Qui sotto trovate il primo segmento.