Apprezzare i Green Day, oggi, è la cosa meno cool che si possa fare. A giudicare dall’ultimo disco non sembra che i tre californiani meritino di meglio. Però in tempi di Lady Gaga e Kanye West, una rock band mainstream è merce rara.

Il simpatico mondo di internet, che detesta il sarcasmo e la negatività, sembra aver accolto l’annuncio di Green Day: Rock Band con un solido coro di “meh” e commenti come “dalla band migliore della storia, i Beatles, alla peggiore, i Green Day“. Le cose sono migliorate un pizzico con l’annuncio che il gioco sarà del tutto aperto, ovvero che sarà quindi possibile esportare le canzoni in Rock Band e Rock Band 2 (almeno su PS3 e 360; gli utenti Wii si attaccano).


Resta il fatto che i Green Day hanno subito il destino di tutte le band diventate davvero popolari. Percepiti come fighissimi col primo disco, fighi col secondo, deludenti col terzo, e così via fino a immondi burattini prostituti delle multinazionali con l’ottavo album. Ora, mi sentirei molto più a mio agio nella difesa dei Green Day se l’ultimo disco non fosse così brutto com’è e se Billie Joe Armstrong non usasse così tanto mascara e eyeliner. Però a me i Green Day piacciono. Molto. Dookie e Insomniac sono due capolavori pop con pochissimi eguali.

C’è stato un momento, negli anni ‘90, in cui sembrava che il rock potesse essere ancora musica popolare senza essere compiacente e senza cadere nella trombonaggine del rocker-santone alla U2. Quel momento è passato: il rock mainstream non esiste più, se non in patetici tentativi come The Killers, e il pubblico degli appassionati di musica ormai non toccherebbe un disco che vende più di centomila copie neanche con un bastone. I Green Day sono di fatto gli ultimi rimasti a fare rock popolare ben fatto e ben suonato. A fargliene una colpa possono solo essere gli snob.

Siccome ho passato da un po’ l’età in cui giudicavo le persone per la musica che ascoltano, così come ho passato l’età in cui mi importava di apparire figo e alternativo, posso dirlo liberamente: non vedo l’ora che esca Green Day: Rock Band. Nel frattempo mi piace pensarli così, come il mio gruppo preferito di quando avevo quattordici anni…

È da poco disponibile come DLC per The Beatles: Rock Band tutto Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band, conosciuto anche come “il-disco-più-importante-della-storia”. Ovviamente il pacco comprende solo le tracce non comprese in origine nel gioco base (quindi otto brani nuovi) e costerà di conseguenza: 1080 MS Points oppure 8,99 € a seconda del sistema. Mi sembrà inutile aggiungere come il non-acquisto di un simile gioiellino andrebbe perseguito penalmente.

La pubblicazione di Sgt. Pepper’s come espansione segue di poco quella di Abbey Road, altro capolavoro che necessita ben poche presentazioni. Nel mese di dicembre sarà compito poi di Rubber Soul chiudere, purtroppo per sempre, il discorso DLC per quanto riguarda il gioco in questione.

Nell’immagine: particolare del manifesto originale dello spettacolo che ha ispirato la stesura della folle litania circense “Being For The Benefit Of Mr. Kite“.


Chiunque abbia, almeno una volta nella vita, giocato a Rock Band the way it’s meant to be played (leggi in compagnia di amici scavezzacollo + un buon numero di birre forti alle spalle) sa benissimo che la “giuria” deputata alla parte vocale glissa amabilmente su testo/pronuncia/fighetterie varie per focalizzarsi esclusivamente su parametri ben più basilari come registro e ritmica. In parole povere, potete tranquillamente violentare chenesò, la struggente “White Wedding” mediante una becera overture per soli rutti e, comunque, vedere il vostro punteggio schizzare alle stelle.

Bene, detto questo, c’è chi è andato oltre: nel video linkato poco sotto potete gustare una simpatica americanotta (che non sfigurebbe nel più dozzinale dei teen-flick à la American Pie in qualità di membro della banda locale) cimentarsi in una riedizione di”Afterlife” dell’horrida band pseudometal Avenged Sevenfold per ..err.. flauto traverso.

Al di là di considerazioni più o meno ciniche sulla riuscita dell’esperimento in sè, è comunque interessante riflettere un secondo sulla miriade di possibilità che un simile approccio al gioco potrebbe offrire: posto che a chiunque (o perlomeno a me) piacerebbe molto sentire capolavori come “A Day In The Life” vocalmente rieditati per boh, Glockenspiel, è forse troppo volare un pò più in là con l’immaginazione e vederci dentro un (non certo “il”) futuro dei rhythm games? Tracce a schermo da doppiare con strumenti reali: una ventata di nuovo in un genere che nell’arco di pochissimi anni sembra già aver espresso tutto ed al tempo stesso una sonora badilata a chi è dell’idea (in parte giustamente, ma questa è un’altra storia) che le chitarre di plastica rubino la scena a quella di legno. Non male, o sbaglio?





Avevo già dato le mie impressioni a caldo nella non recensione. Adesso ecco a voi la recensione. La trovate nel blog di Babel. Per chi non lo sapesse, Babel è un magazine online gratuito in pdf/blog per cui ogni tanto scrivo. Enjoy.

“Lasciamo stare, fin da subito, la banalità di “Se vi piacciono i Beatles questo gioco vi piacerà”. È vero, ma separare la qualità della musica dal gioco Rock Band è un’idiozia. Rock Band è, prima di tutto, un modo particolare di usufruire della musica, a metà fra ascolto e performance. A togliere la musica dall’equazione si ottiene una sequenza di tasti da premere. Oltretutto, The Beatles: Rock Band è talmente ben fatto, talmente integrato all’immaginario che i Beatles rappresentano, che considerarlo come un ‘song pack’ di Rock Band è decisamente ingeneroso.” Continua…

Questa notizia è molto postmoderna. Electronic Arts, che di solito ha un certo talento per iniziative di marketing interessanti, è diventata metareferenziale. Questa settimana, infatti, dovrebbe uscire un song pack per Rock Band ispirato a Brutal Legend. Detto in un altro modo: tre canzoni su licenza presenti in Brutal Legend usciranno su Rock Band. In pratica è una licenza di una licenza: il sogno erotico di un addetto al copyright. Se si considera che una di queste canzoni è del gruppo di Jack Black, l’orgia di licenze diventa ancora più grottesca. Le canzoni sono “(We Are) The Road Crew ‘08” dei Motörhead, “The Metal” dei Tenacious D e “More Than Meets the Eye” dei Testament. Il pacchetto con le tre canzoni costerà 5,49$ o 440 Microsoft Points.

(nella foto, una delle mille splendide statuette di ceramica che EA ha messo in palio in un concorso riservato ai soli utenti americani. Che siano maledetti.)

I videogiochi stanno diventando come il cinema. Nessuno ha il coraggio di sperimentare quando si trova a gestire budget milionari. Così, se un film con un budget da PIL di una nazione del terzo mondo come Transformers 2 è una patetica pillola di cliché e idiozia e District 9 – prodotto con 26 euro e cinquanta centesimi – un capolavoro grazie al coraggio di rischiare tentando qualche idea originale, allo stesso modo nel mondo dei videogiochi è difficile vedere grossi rischi nelle megaproduzioni.
A onor del vero, nel caso dei videogiochi i grandi investimenti danno spesso vita a ottimi titoli, al contrario di quanto avviene al cinema. Però ci sono due videogiochi a basso budget usciti nelle ultime settimane che secondo me propongono delle novità incredibili, sia concettuali sia commerciali.

Il primo, di cui ho già parlato, è Scribblenauts. Nonostante tutti i difetti e le imprecisioni, il rispetto per il giocatore che ha Scribblenauts è qualcosa di inedito. Il gioco, infatti, è rotto. Con una manciata di oggetti (o con un distributore automatico e delle manette) si può completare la maggior parte dei livelli. Invece di vietare espressamente questa sorta di “trucco”, però, Scribblenauts lascia il giocatore libero di scegliere. Se vuoi completare tutti i livelli nella stessa maniera, in fondo, è un problema tuo. La cosa importante è che il gioco premi la fantasia. E per prendere l’oro in ogni livello ce ne vuol parecchia, di fantasia. Anche parecchia pazienza.


L’altro gioco è Rock Band Unplugged per PSP. Innanzitutto bisogna dire che rispetto molto più l’approccio alla Amplitude di Rock Band PSP che la terribile periferica che mima il manico di una chitarra del Guitar Hero DS. A parte le meccaniche di gioco, però, è interessante il modo in cui ieri Rock Band Unplugged è stato lanciato in versione digital download. Invece di schiaffare il gioco su UMD in un file, Electronic Arts ha messo in vendita (a 3,5€) una versione ridotta del gioco, con sole cinque canzoni. Le altre si possono comprare (1,5€ ciascuna) dallo store.

Ecco, questa idea mi piace. In questo modo posso ritagliare il gioco su misura dei miei bisogni, evitando decine di canzoni di cui non mi importa nulla e, probabilmente, spendendo anche meno. Oltre al fatto che non mi stupirei se EA finisse per fare più soldi con la versione da 3,5€ che quella in UMD a prezzo pieno. Nonostante tutti i proclami su Rock Band come piattaforma e come servizio invece che come gioco, mi sembra che finora questo sia il primo esempio di un gioco musicale che funziona esattamente come un servizio e non come un prodotto chiuso. Ed è su una console portatile.

E allora: innanzitutto su singleplayercoop non scrivo recensioni. Se devo dire la verità, le recensioni col voto mi hanno un po’ stancato. Visto poi che a The Beatles: Rock Band ho giocato circa un’ora, non avrebbe neanche senso parlare come se avessi sviscerato il gioco. Qualche idea però me la sono fatta.
Chi finiva Through the Fire and Flames con cinque stelle è meglio che lasci perdere: il gioco è più facile della media del genere, anche se ai livelli di difficoltà più alta può essere una bella sfida. Ma bisogna comunque ricordare che i Beatles non sono una band che è diventata famosa per virtuosismi strumentali. Inoltre non ci si può aspettare la stessa varietà di un (ad esempio) Rock Band 2, visto che per l’appunto il gioco ripercorre la carriera di un solo gruppo.


Comunque, sbrigata la formalità della tecnica, andiamo al sodo. L’amore e la passione che sono state iniettate in questo progetto sono sbalorditive. Dalla selezione di un’opzione che suona come un accordo di Gettin Better, fino agli splendidi cortometraggi animati che introducono ogni fase della carriera dei quattro, non c’è un solo elemento che non urli un amore enorme per il mondo creato dai Beatles. Il vero colpo di genio, però, è l’aver adattato la storia della carriera e gli stessi componenti del gruppo secondo un’ottica fantastica. La modalità carriera non ripercorre la vera carriera dei Beatles: è un viaggio in ottica deformata, allo stesso tempo infantile e lisergica, di una delle carriere più narrative della storia della musica.


E poi, appunto, c’è la musica. Il lavoro tecnico dietro all’aspetto sonoro di questo titolo dev’essere stato mastodontico. La qualità delle tracce è cristallina e l’effetto finale sontuoso. Pur con tutte le limitazioni intrinseche a un progetto del genere, The Beatles Rock Band è un gran gioco. E, a mio parere, indica una possibile direzione per prossimi episodi di Rock Band: se si facesse qualcosa di simile basandosi non tanto su un gruppo, quanto su un genere o un periodo? Non semplici track packs, ma ricostruzioni e reinterpretazioni dell’estetica e della musica di un’epoca o di un genere. Ad esempio, quanto sarebbe bello un Rock Band basato sull’estetica, le storie e i gruppi del rock anni ‘90?


Paul McCartney
sembra invecchiare con una mancanza di grazia veramente senza pari. Dopo il terribile “non avrei mai pensato che sarei diventato un androide” pronunciato fra la freddezza e lo stupore generale sul palco della conferenza Microsoft all’E3 2009, Paul ha recentemente confessato di non aver mai provato The Beatles: Rock Band.


Non l’ho giocato, ha detto McCartney. Cioè, vorrei provarlo. La mia scusa è che io suono la chitarra. Ho suonato nel disco originale. Quindi l’idea di premere bottoni e cose a tempo è vagamente interessante, ma in effetti è molto più interessante fare un concerto così… (indica il pubblico)

Ora, capisco che dal punto di vista personale non dovrebbe fregare nulla a McCartney di suonare con un basso giocattolo le canzoni che ha scritto quarant’anni fa. Del resto Rock Band non è un’alternativa al suonare uno strumento, è un’alternativa all’ascolto passivo di una canzone. Comunque, visto che il gioco riguarda lui e la sua carriera, non sarebbe stato assurdo provarlo. Così, giusto per vedere se magari fa schifo. Così, tanto per fare qualcosa durante i diciotto mesi di sviluppo del gioco. Così, tanto per avere l’impressione di avere in qualche modo guadagnato i milioni di sterline che The Beatles: Rock Band frutterà al caro, vecchio Paul.