Non sono molti i giochi che appaiono fatti di pura gioia di vivere. Little Big Planet, ad esempio, è stato giustamente definito “fucking joy in a box“. E Super Mario Galaxy 2 sembra essere sullo stesso livello. Se guardando questo video non vi sentite come dei bambini di tre anni cui hanno appena regalato un gelato probabilmente siete morti dentro e ancora nessuno ve l’ha detto.

Super Mario Galaxy 2 dovrebbe uscire a Maggio. Che si tratti di una semplice di raccolta di livelli aggiuntivi del primo episodio non ha alcuna importanza, visto che Mario Galaxy è il tipo di gioco che potrebbe supportare infinite variazioni e continuerebbe comunque a essere pieno di epic win.

L'orrore...

L’NPD group, che si occupa di elaborare dati di vendita e statistiche, ha confermato che il gioco più venduto di tutti i tempi in territorio americano è Wii Play, la collezione di minigiochi per Wii con allegato un Wiimote. Al secondo posto c’è Guitar Hero III e al terzo Grand Theft Auto: San Andreas. NPD non ha accompagnato questa classifica con i relativi dati di vendita ma, secondo gli ultimi dati aggiornati ad ottobre, Wii Play ha venduto 11.1 milioni di copie solo in Nord America.

È difficile esprimere quanto sia deprimente questa notizia. È come se una ricerca rivelasse che il cibo più venduto in tutto il mondo sono le patatine fritte di McDonald’s. O che il film più di successo della storia è… non so, uno spot della Coca Cola. Wii Play è un pessimo gioco, una raccolta di minigames dallo spessore infimo. Al contrario di Wii Sports, che ha una certa sostanza – anche se non molta – saranno al massimo un paio i minigiochi di Wii Play degni di essere giocati più di una volta. È vero che se non avesse avuto un controller allegato avrebbe venduto un decimillesimo delle copie che ha venduto. Eppure resta il fatto che il gioco più venduto della storia americana impallidisce al cospetto di buona parte dei giochi in flash disponibili su internet. Che amarezza.

"You can't always get what you want"

Dopo appena 4 mesi dalla pubblicazione, Nintendo ha comunicato l’intenzione di sospendere la pubblicazione di Metroid Prime Trilogy, strepitosa raccolta per Wii contenente Corruption e i primi due titoli usciti per Gamecube con controlli rivisti in ottica Wiimote. Nonostante sia mancata una motivazione ufficiale alla base di questa scelta, è sufficiente un rapido consulto di vgchartz per constatare il triste dato di vendita fermo a 420k copie overall. Per un titolo sviluppato su PS3 o X360 il dato in sè sarebbe semplicemente scadente ma, considerata la base installata del Wii (ormai prossima a quella dei comuni tostapane), un simile risultato, per di più relativo ad un titolo first-party, assume connotati vicini alla tragedia greca.

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Io non sono preoccupato dall’arrivo dei casual gamer. Il piano della banda bassotti, a dire il vero, mi piaceva un casino: acchiappalli, divertili, trasformali. Arrivassero un po’ di signorine a discutere di videogiochi potrei bullarmi con loro della mia nuova periferica da dj con rifiniture dorate (lo faccio anche adesso, ma non funziona, sappiatelo). Invece ho visto gli scaffali svuotarsi, in questi anni di salotti bianchi e adozioni facili, e poca gente sfondare la barricata. Li hanno acchiappatti, li hanno pure divertiti, ma mica si sono fatti trasformare sti balordi. E se il bottino è povero, non è arrivato il momento di mettere in discussione pure il piano?

È mentre provo a giocare per la terza volta di seguito il primo livello di Mad World che mi accorgo che il Wii non è un’esplosione di gusto; è un complotto. Forse i cinesi, più probabilmente i russi, forse il pupazzo One, solo la storia ci dirà la verità, ma c’è qualcosa di losco dietro il successo senza sosta di una console con ripieno di Gamecube. Perché Mad World è l’esempio perfetto per sputare in faccia alla nuova magia Nintendo. Dimenticando il gioco vittima delle sue fatality, dimenticando l’idiota che ha deciso di farlo uscire su Wii per il pubblico di Panariello, quello che resta è masturbazione illegale su controller innocenti. Gettiamo la maschera e raccontiamocelo negli occhi, dai: abbiamo fatto una cazzata. Fare su e giù con il remote per spaccare la testa a qualcuno non è immedesimazione, è violenza carnale. Girare prima una mano e poi l’altra non è coinvolgente, è Karate Kid mentre lava i vetri di un giapponese indisponente. Tutta questa roba la faceva alla grande il tasto verde gigante, uguale uguale, e a fine partita non dovevo passarmi il voltaren sul polso.

È mentre gioco le prime missioni di GTA Made in China che scopro che il DS è solo una bugia. Ha vinto, nessuno lo può negare, ma è un contacazzate della peggior specie. Col navigatore nello schermo basso e la strada su quello alto, non si riesce a giocare senza tamponare le macchine della polizia. Mannaggia, mannaggia, mannaggia. E tutti quei minigiochetti per rubare le auto son carini, dico sul serio, ma hanno reso più pratiche operazioni ugualmente fattibili. Nel frattempo, però, ti becchi il 3d scatolato e sei costretto a giocare con una mano sola perché con l’altra usi il pennino ogni 20 minuti. Yoshi Touch era il DS, Yoshi Touch è il DS ancora oggi. Diciamocelo in faccia senza giri di parole: sto cazzo di pennino mi graffia lo schermo, mortacci sua, e in cambio non ricevo niente che un GBA2 non mi avrebbe dato comunque. Muovere il pennino sullo schermo per spostare la sabbia non è una genialata, è un gratta e vinci. Fare cerchi a destra e sinistra per rubare un’auto non è scuola di ladri, è dinamica del cacciavite.

Ho finito le console Nintendo da insultare, non me ne dispiace. Sento già le scimmie urlatrici alla finestra, pensano che la mia sia prevenzione, non dentale pergiunta. Ma mi e vi guardo dall’esterno e non vedo lucidità. Il successo della nuova filosofia nintendara ci opprime, a volte ci inibisce, se la stessa carrellata di cazzate l’avesse fatta qualcun altro, non son troppo sicuro che staremmo ancora a bisbigliare. Perché è fisiologico chiedersi se la colpa sia tua più che loro, perché ogni fine mese guardi una classifica che ti sbugiarda e ti fa fare figuracce. Ti chiedi se non stai sottovalutando un gioco con il bambolotto o le lezioni di cheerleader, se la croce direzionale in New Super Mario sia l’evoluzione del controller del Nintendo 64 e non viceversa. A volte, quando sei più triste perché la tua squadra del cuore è la Juventus e la tua donna va dal parrucchiere durante il posticipo, speri di aver sbagliato tutto. Per tutto il resto del tempo, però, l’avresti proprio voluta vedere questa rivoluzione dei controlli.

L’autore del post, Vincenzo “Vitoiuvara” Aversa, è co-conduttore di Ringcast, autore del Corso per Videogiocatori Professionisti, nonché uno dei migliori critici di videogiochi in Italia. Sul serio.

Apprezzare i Green Day, oggi, è la cosa meno cool che si possa fare. A giudicare dall’ultimo disco non sembra che i tre californiani meritino di meglio. Però in tempi di Lady Gaga e Kanye West, una rock band mainstream è merce rara.

Il simpatico mondo di internet, che detesta il sarcasmo e la negatività, sembra aver accolto l’annuncio di Green Day: Rock Band con un solido coro di “meh” e commenti come “dalla band migliore della storia, i Beatles, alla peggiore, i Green Day“. Le cose sono migliorate un pizzico con l’annuncio che il gioco sarà del tutto aperto, ovvero che sarà quindi possibile esportare le canzoni in Rock Band e Rock Band 2 (almeno su PS3 e 360; gli utenti Wii si attaccano).


Resta il fatto che i Green Day hanno subito il destino di tutte le band diventate davvero popolari. Percepiti come fighissimi col primo disco, fighi col secondo, deludenti col terzo, e così via fino a immondi burattini prostituti delle multinazionali con l’ottavo album. Ora, mi sentirei molto più a mio agio nella difesa dei Green Day se l’ultimo disco non fosse così brutto com’è e se Billie Joe Armstrong non usasse così tanto mascara e eyeliner. Però a me i Green Day piacciono. Molto. Dookie e Insomniac sono due capolavori pop con pochissimi eguali.

C’è stato un momento, negli anni ‘90, in cui sembrava che il rock potesse essere ancora musica popolare senza essere compiacente e senza cadere nella trombonaggine del rocker-santone alla U2. Quel momento è passato: il rock mainstream non esiste più, se non in patetici tentativi come The Killers, e il pubblico degli appassionati di musica ormai non toccherebbe un disco che vende più di centomila copie neanche con un bastone. I Green Day sono di fatto gli ultimi rimasti a fare rock popolare ben fatto e ben suonato. A fargliene una colpa possono solo essere gli snob.

Siccome ho passato da un po’ l’età in cui giudicavo le persone per la musica che ascoltano, così come ho passato l’età in cui mi importava di apparire figo e alternativo, posso dirlo liberamente: non vedo l’ora che esca Green Day: Rock Band. Nel frattempo mi piace pensarli così, come il mio gruppo preferito di quando avevo quattordici anni…


Tempi d’oro per i fan di No More Heroes, brillante action sviluppato da Grasshopper per Wii: oltre al seguito, annunciato da tempo e previsto per l’inizio dell’anno prossimo, è ormai ufficiale l’uscita di un remake del primo episodio per Xbox 360 e PS3.

Il gioco in questione, sottotitolato “Heroes Paradise” per l’occasione, uscirà in Giappone nel febbraio 2010. Ancora non è dato sapere se e quando il tutto raggiungerà i suoli americani ed europei, dove il primo episodio totalizzò un buon numero di vendite nonostante il pubblico della console Nintendo sia tradizionalmente restio all’acquisto di titoli “hardcore” e per di più sviluppati da third-parties.

Principale beneficiario del passaggio sulle console Microsoft e Sony sarà senza dubbio il comparto estetico, sbalorditivo in termini di personalità e freschezza ma pesantemente gambizzato dalle limitazioni tecniche del Wii: giocare a No More Heroes su un LCD Full HD è un’esperienza che le mie retine ancora ricordano con dolore e ribrezzo. Infine, si spera ardentemente che le polemiche riguardo alla censura dell’ episodio originale (nelle versioni giapponesi ed europee non vi è traccia di sangue) trovino un riscontro nella pubblicazione uncut su tutti i territori, visto che in NMH il gore è elemento portante dello stile visivo e non mero corollario ad uso e consumo di adolescenti irrequieti.

Avevo già dato le mie impressioni a caldo nella non recensione. Adesso ecco a voi la recensione. La trovate nel blog di Babel. Per chi non lo sapesse, Babel è un magazine online gratuito in pdf/blog per cui ogni tanto scrivo. Enjoy.

“Lasciamo stare, fin da subito, la banalità di “Se vi piacciono i Beatles questo gioco vi piacerà”. È vero, ma separare la qualità della musica dal gioco Rock Band è un’idiozia. Rock Band è, prima di tutto, un modo particolare di usufruire della musica, a metà fra ascolto e performance. A togliere la musica dall’equazione si ottiene una sequenza di tasti da premere. Oltretutto, The Beatles: Rock Band è talmente ben fatto, talmente integrato all’immaginario che i Beatles rappresentano, che considerarlo come un ‘song pack’ di Rock Band è decisamente ingeneroso.” Continua…

Questa notizia è molto postmoderna. Electronic Arts, che di solito ha un certo talento per iniziative di marketing interessanti, è diventata metareferenziale. Questa settimana, infatti, dovrebbe uscire un song pack per Rock Band ispirato a Brutal Legend. Detto in un altro modo: tre canzoni su licenza presenti in Brutal Legend usciranno su Rock Band. In pratica è una licenza di una licenza: il sogno erotico di un addetto al copyright. Se si considera che una di queste canzoni è del gruppo di Jack Black, l’orgia di licenze diventa ancora più grottesca. Le canzoni sono “(We Are) The Road Crew ‘08” dei Motörhead, “The Metal” dei Tenacious D e “More Than Meets the Eye” dei Testament. Il pacchetto con le tre canzoni costerà 5,49$ o 440 Microsoft Points.

(nella foto, una delle mille splendide statuette di ceramica che EA ha messo in palio in un concorso riservato ai soli utenti americani. Che siano maledetti.)

E allora: innanzitutto su singleplayercoop non scrivo recensioni. Se devo dire la verità, le recensioni col voto mi hanno un po’ stancato. Visto poi che a The Beatles: Rock Band ho giocato circa un’ora, non avrebbe neanche senso parlare come se avessi sviscerato il gioco. Qualche idea però me la sono fatta.
Chi finiva Through the Fire and Flames con cinque stelle è meglio che lasci perdere: il gioco è più facile della media del genere, anche se ai livelli di difficoltà più alta può essere una bella sfida. Ma bisogna comunque ricordare che i Beatles non sono una band che è diventata famosa per virtuosismi strumentali. Inoltre non ci si può aspettare la stessa varietà di un (ad esempio) Rock Band 2, visto che per l’appunto il gioco ripercorre la carriera di un solo gruppo.


Comunque, sbrigata la formalità della tecnica, andiamo al sodo. L’amore e la passione che sono state iniettate in questo progetto sono sbalorditive. Dalla selezione di un’opzione che suona come un accordo di Gettin Better, fino agli splendidi cortometraggi animati che introducono ogni fase della carriera dei quattro, non c’è un solo elemento che non urli un amore enorme per il mondo creato dai Beatles. Il vero colpo di genio, però, è l’aver adattato la storia della carriera e gli stessi componenti del gruppo secondo un’ottica fantastica. La modalità carriera non ripercorre la vera carriera dei Beatles: è un viaggio in ottica deformata, allo stesso tempo infantile e lisergica, di una delle carriere più narrative della storia della musica.


E poi, appunto, c’è la musica. Il lavoro tecnico dietro all’aspetto sonoro di questo titolo dev’essere stato mastodontico. La qualità delle tracce è cristallina e l’effetto finale sontuoso. Pur con tutte le limitazioni intrinseche a un progetto del genere, The Beatles Rock Band è un gran gioco. E, a mio parere, indica una possibile direzione per prossimi episodi di Rock Band: se si facesse qualcosa di simile basandosi non tanto su un gruppo, quanto su un genere o un periodo? Non semplici track packs, ma ricostruzioni e reinterpretazioni dell’estetica e della musica di un’epoca o di un genere. Ad esempio, quanto sarebbe bello un Rock Band basato sull’estetica, le storie e i gruppi del rock anni ‘90?


Paul McCartney
sembra invecchiare con una mancanza di grazia veramente senza pari. Dopo il terribile “non avrei mai pensato che sarei diventato un androide” pronunciato fra la freddezza e lo stupore generale sul palco della conferenza Microsoft all’E3 2009, Paul ha recentemente confessato di non aver mai provato The Beatles: Rock Band.


Non l’ho giocato, ha detto McCartney. Cioè, vorrei provarlo. La mia scusa è che io suono la chitarra. Ho suonato nel disco originale. Quindi l’idea di premere bottoni e cose a tempo è vagamente interessante, ma in effetti è molto più interessante fare un concerto così… (indica il pubblico)

Ora, capisco che dal punto di vista personale non dovrebbe fregare nulla a McCartney di suonare con un basso giocattolo le canzoni che ha scritto quarant’anni fa. Del resto Rock Band non è un’alternativa al suonare uno strumento, è un’alternativa all’ascolto passivo di una canzone. Comunque, visto che il gioco riguarda lui e la sua carriera, non sarebbe stato assurdo provarlo. Così, giusto per vedere se magari fa schifo. Così, tanto per fare qualcosa durante i diciotto mesi di sviluppo del gioco. Così, tanto per avere l’impressione di avere in qualche modo guadagnato i milioni di sterline che The Beatles: Rock Band frutterà al caro, vecchio Paul.